Nessun senso – Gonjasufi live @ Eclettico Wilson

Gonjasufi

“Voglio trovare, un senso a questa storiahahahahahaha” ma te par che si possa iniziare un pezzo co sta citazione…

Tuttavia in questa serata c’è molto poco di sensato. Quasi niente, azzarderei.

Beh, una cosa sì. Le condizioni meteorologiche, perché di sera a metà dicembre a Vittorio Veneto (siamo a nord della provincia di Treviso) ci sta che ci siano 4 gradi sotto zero, e ci sia quell’arietta tagliente, quella che ha la peculiarità di farti saltare via le orecchie.

Ad ogni modo è uno di quei sabato sera in cui si può stare tranquillamente a casa, al caldo, sul divano o a tavola, qualche amico, un vinello, roba così.

Quindi risulterà poco sensato ai più dopo cena vestirsi, uscire in parcheggio, prendere l’auto, mettersi in autostrada, farsi na settantina di chilometri, girare più volte il centro di Vittorio Veneto in cerca di un parcheggio, non trovarlo, poi sì (a pagamento), constatare che fa davvero un freddo cane, e perché non sono rimasto a casa, e recarsi infine in un – delizio sia chiaro – locale del centro, che risponde al nome di Eclettico Wilson.

Alle 22 l’Eclettico Wilson è già abbastanza affollato, c’è gente all’esterno, sotto i portici, dentro c’è una discreta calca. L’Eclettico Wilson si sviluppa longitudinalmente, tipo un corridoio, ovvero che per andare ad ordinare lo devi attraversare tutto, ci sono pochi tavolini, il più della gente è in piedi, lungo i muri. C’è anche una sorta di ballatoio interno al primo piano e diverse persone affacciate a guardare in giù.

All’ingresso, sulla destra, un tavolone su cui poggia un mixer, un campionatore, una tastiera con sopra un synth. Tre postazioni, pare. Non c’è una pedana, non ci sono fari, microfoni, luci, niente di niente. Solo due casse ai lati.

Non essendoci mai stato prima – chiedo venia umilmente – non so dire se sia l’affluenza standard per il locale o se sia dovuta a quanto di lì a poco sarebbe accaduto.

Già perché il motivo per cui mi trovo lì ha un nome ed un cognome: Sumach Ecks. Per i pochi di voi che non avranno esclamato “Grande! Non ci credo!” procedo con l’aiutino: Gonjasufi, ladies and gentlemen.

Ebbene sì. Di lì a poco il signor Gonjasufi avrebbe tenuto l’unico suo concerto del 2018. In Italia. A Vittorio Veneto. All’Eclettico Wilson. Dietro al tavolone di cui sopra.

Totalmente insensato. Già.

Adesso che tutti (tutti!) avrete capito di chi parliamo e sarete convenuti con me che a casa proprio non si poteva rimanere, spiego.

Gonjasufi è il nome d’arte di Sumach Ecks. Quarant’anni circa, californiano di origini afro-messicane. Musicista, produttore, dj, insegnante di yoga. Muove i primi passi a San Diego, nella scena hip hop locale, nei primi anni 2000 registra alcuni demo, autoproduzioni realizzate in casa, lo-fi nudo e crudo, finché entra in scena Flying Lotus, che lo vuole sul suo “Los Angeles“. Siamo nel 2008.

A cascata si accorge di lui la Warp, etichetta inglese dedita principalmente ad elettronica e musica un filo sperimentale (Flying Lotus ovviamente, e Aphex Twin, Autechre, Oneohtrix Point Never, Tyondai Braxton tra i molti), che lo vuole nelle sua fila e così nel 2010 il mondo – ed io, essendone parte – fa la conoscenza di “A Sufi and a Killer“. Ne seguiranno altri due, di dischi, “MU.ZZ.LE” nel 2012 e “Callus” nel 2016, ma fermiamoci al debutto.

Se vi dovesse mai capitare (qualora non lo fosse già, nel qual caso mi auguro possa accadervi presto) di ascoltare “A Sufi and a Killer” avreste l’immediata percezione di non essere in grado di capire il senso, di non riuscire ad inquadrare quale sia il linguaggio utilizzato da questo oscuro individuo. Sembra hip hop, di base, ma la definizione è terribilmente limitante. Perchè ora canta, ora parla, il beat talvolta c’è, a volte no, ci sono melodie pseudo orientali, poi sparate psichedeliche, c’è spoken word, insomma il nostro sembra far di tutto per fuggire alle definizioni. Ad ogni modo è un disco meraviglioso. Questo sia messo agli atti.

Vabbé sto pippone era soltanto per dare un minimo di contesto al tutto, andiamo avanti.

Ordino e risalgo controcorrente il locale, verso l’entrata, dove è posizionato quello che, per esclusione e logica, con ogni probabilità sarà lo “stage”. Il tempo di dare una scorsa al variopinto pubblico presente quando alle mie spalle, facendosi largo tra la gente, appare Gonjasufi. Cioè l’impressione era quella di un mendicante in cerca di qualche spicciolo. Sapevo com’era fatto, Gonjasufi, voglio dire, foto, video, eccetera, ma rimango comunque un attimo spiazzato. Indossa un giubbotto nero, una felpa nera col cappuccio, ha una barba nera dalla quale spuntano direi almeno un paio di lunghi dread, più altri dread in testa. Ah, una sgualcita borsetta di plastica blu dove tiene la sua strumentazione. Lo seguono i due musicisti/DJ che lo accompagneranno. Uno indossa un bomber bicolore (arancione – rosso) stile college americano, sotto un maglione natalizio, sotto una camicia di flanella, in testa un berretto di lana blu col pon pon e si posiziona di fronte ad una piccola tastiera. L’altro, più basso, occhiali, felpa e cappuccio in testa, al centro dietro al mixer. Senza convenevoli nè presentazioni il nostro guadagna l’angolo destro del tavolo, saluta le persone più prossime, qualche stretta di mano, tenta un paio di volte – invano – di appendere la giacca al muro, attacca due fili, prende in mano un pseudo microfono (in realtà dovete immaginarvi un ventolin col filo, non scherzo), lo appoggia, armeggia con i volumi, non funziona nulla, poi funziona, urla qualcosa al microfono, lo appoggia, prova a togliersi la felpa, regala un cd, poi una maglietta, urla qualcos’altro attraverso quel microfono che butta fuori na voce ultra effettata, saluta le persone in balaustra, lancia un altro cd, “You want this?“, aizza la folla, riesce finalmente a togliersi la felpa. Il tutto in credo due minuti. Scarsi.

Gonjasufi è un vulcano ed una forza della natura ed un psicopatico ed un genio ed un istrione ed uno schizofrenico ed uno sciamano. Non sta fermo un attimo, dopo 30 secondi è già totalmente sudato. Ha una vitalità dirompente che non riesce (e non vuole) trattenere e che sprigiona in ogni atomo del suo corpo attraverso la musica primariamente, e attraverso l’interazione col pubblico. Quando canta lo fa dimenandosi in maniera sincopata, ora piegato in due, ora inginocchiato, ora abbracciato a qualche malcapitato e quando parla è veemente, stile predicatore americano in piena trance da omelia illuminata.

L’esibizione è un alternarsi di brani inframezzati da momenti pseudo noise/elettronici, immaginate di sentire qualcosa stile Boredoms, o Dälek sotto l’effetto di qualche oppiaceo a vostra scelta. La situazione è davvero ai limiti del surreale, perchè l’esuberanza di Gonjasufi, la sua espansività, cozza talvolta contro un pubblico che sembra trovarsi quasi a disagio, vuoi per motivi linguistici, vuoi perché come lo maneggi un elemento del genere! Beh io sinceramente quando nel bel mezzo di un’invettiva incrociavo i suo occhi, distoglievo rapido lo sguardo (tipo quando a scuola il professore scrutava la classe per decidere chi interrogare). Provateci voi a stare a un metro da un personaggio così, senza la distanza di sicurezza che potrebbe esserci tra palco e platea, che sbraita, proclama, evangelizza – “I believe in God, but I’m going to hell” dice ad un certo punto – attraverso quel pseudo microfono che distorce enormemente la voce, in uno slang americano per lo più difficilmente comprensibile farcito qua e là con i canonici “motherf***er” e “shit”. Chiede al pubblico di cantare, “YOU KNOW THIS SONG! NO? YOU DON’T KNOW THIS SONG?” urla prima di attaccare “She Gone“, fa suonare per cinque minuti buoni il suo synth ad un ragazzino in prima fila armato di Go-Pro, distribuisce gadget in continuazione, mostra magliette con la sua immagine e prima di lanciarle ci si asciuga il sudore creando una moderna sindone, ritorna veemente quasi ad inveire contro non si sa chi o cosa, “I’M GOING DEAF TO PLAY THIS SHIT!” (effettivamente i volumi erano follemente alti!) e canta strofe intere con la testa praticamente dentro alla cassa. Un delirio. Davvero.

Ammiro in maniera sincera tutto ciò e lo trovo fatalmente affascinante, e assolutamente vero. Non mi curo dell’approssimazione in certi frangenti dell’esibizione (cito a memoria attacchi sbagliati, canzoni troncate a metà, finali pseudo improvvisati, lo spilungone con l’abbigliamento da circolo polare artico che si toglie il giubbotto e lanciandolo a terra colpisce, staccandola, la presa della corrente alla quale erano attaccati tutti gli strumenti). L’atteggiamento, l’attitudine, la veemenza, il suo darsi incondizionato, la strana sinergia che si era instaurata col pubblico, tutto concorre a formare una serata che non ha nulla di convenzionale, nulla di sensato. Tra me e me ragiono che non fosse lecito aspettarsi altro da un artista come Gonjasufi. Esco, ripenso a quale astrusa serie di coincidenze e passaggi abbia portato Gonjasufi dal vivo a Vittorio Veneto. Non trovo risposta.

Ritorno verso la macchina accompagnato da un persistente ronzio alle orecchie. Mi sembra una degna conclusione. Tanto passerà.

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