Vivere dietro il sole – 25 anni di Devics

Devics

Dalle pietre di Stonhenge all’identità di Bansky, dalla “Congettura di Polignac” all’entanglement quantistico, la storia dell’universo a noi noto è disseminata di dilemmi, spesso irrisolti. Non parrà pertanto avventato al lettore più suscettibile che tra di essi venga menzionato il mancato, giusto, sacrosanto riconoscimento dei Devics quale band imprescindibile degli ultimi 25 anni (volendo essere modesti).

Già perchè la storia della musica è piena dei cosiddetti “One-hit wonder“, ovvero band o artisti che sono rimasti nell’immaginario collettivo generalmente per un solo brano, e molti di questi continuano a “vivere” sull’onda di quel successo. Ma quando si è di fronte a casi come i Devics, che in 25 anni di carriera non hanno fondamentalmente sbagliato un disco uno, che hanno disseminato meraviglie musicali nemmeno immaginabili dal 90% delle band esistenti ed esistite, che hanno lasciato ai posteri un disco “My beautiful Sinking Ship” che non può non essere annoverato tra i migliori dischi degli ultimi 20 anni, beh qualche domanda sorge spontanea.

La storia dei Devics parte ufficialmente nel 1993 a Los Angeles, ed il nucleo originale gravita attorno a due figure, Sara Lov, classe 1970, originaria delle Hawaii, e Dustin O’Halloran, classe 1971, di Phoenix.

All’età di quattro anni i genitori di Sara decidono di divorziare, ma la situazione si complica e degenera presto, tanto che il padre rapisce la figlia e la porta con sé in Israele. Solamente molti anni dopo grazie all’intervento di uno zio riuscirà a tornare dalla mamma, che nel frattempo si era stabilita a Los Angeles.

Dustin invece cresce tra le Hawaii e Los Angeles, ma sarà al Santa Monica College in California che farà la conoscenza di Sara.

I due formano così i Devics e ne saranno gli unici membri fissi, attorno ai quali, nell’arco di cinque dischi e qualche EP, Theodore Liscinski, Evan Schnabel, Edward Maxweli ed altri, concorreranno a dipingere una meravigliosa serie di tele, impreziosite dalla voce cangiante di Sara Lov e dall’abilità compositiva di O’Halloran.

I Devics si affacciano, per niente timidamente, al mondo musicale nel 1994 con la pubblicazione tramite la loro stessa etichetta discografica, la Splinter Records, del singolo Peresoso. Siamo di fronte ad un brano estremamente coinvolgente, incalzante, figlio certamente di un’urgenza comunicativa propria dei vent’anni, ma che risulta essere il terreno perfetto per permettere alla voce di Sara Lov di dare sfogo alla sua inesauribile ricchezza espressiva ed intensità.

Peresoso” finirà giustamente dentro al disco d’esordio (e fungendo da apice dello stesso), anno del Signore 1996, intitolato “Buxom“: un disco a suo modo spigoloso, irruento in certi passaggi e al contempo capace di mostrare già, seppur in maniera embrionale, le potenzialità enormi di scrittura e arrangiamento che verranno sviluppate negli anni successivi.

 

Già con “If You Forget Me...”, secondo lavoro sulla lunga distanza di due anni successivo, la maturazione dei Devics è molto marcata, come dall’opening “Blue Miss Sunday“. La band sembra prenderci gusto, e grazie ad una maggior consapevolezza azzarda (“Three” sembra un pezzo uscito da “Feast of Wire” dei Calexico), inserisce due brani strumentali, l’inziale “Interlude” ed “Opus 7“, dove O’Halloran può dar sfoggio della sua abilità pianistica, fa capolino “Heaven Please“, che sembra uscita da un grammofono degli anni ’30 e che ritroveremo più avanti nella storia.

Il 2001 è l’anno di “My beautiful sinking ship“, il loro apice, a mio avviso, ed uno dei dischi a cui sono più affezionato, dotato della peculiarità rara e preziosa di non stancarti nemmeno dopo anni e anni di ascolti. Un disco ambizioso e corposo (oltre l’ora di durata…) che riesce lungo i suoi 15 brani a non risultare mai ripetitivo o a corto di idee, sorretto in maniera brillante dalle melodie illuminate di O’Halloran (il quale fornisce inoltre la voce nella sontuosa “Living Behind The Sun” e in “Lost At Sea“).

La voce di Sara Lov fa il resto (e che resto), adattandosi con disinvoltura e caratterizzando, personalizzando e vestendo di volta in volta i vari brani. Si fa eterea, cullata dal tintinnante piano di “Heart and Hands“, graffiante nella ritmata “My beautiful sinking ship“. Ci porta in un fumoso locale degli anni ’50 con “The Man I Love“, celebre brano di Gershwin, per diventare glaciale se non fatale in “You Could Walk Forever” o prettamente pop in “Alone With You“, probabilmente il brano più immediato dell’intero disco. “Why I Chose To Never Grow” è un viaggio introspettivo attraverso un passato doloroso e mai superato, come la stessa “Gold In The Girl” (dove si fa riferimento più o meno esplicitamente al rapimento subito dalla Lov) mentre in “Forget Tomorrow” la Lov si districa egregiamente all’interno di un arrangiamento quasi barocco, teatrale.

Ad un lavoro già così eccellente i Devics riescono nell’arduo tentativo di aumentare ancora, ed in maniera assai sensibile, il livello, piazzando uno dopo l’altro delle gemme di inestimabile valore: “I broke up” commuove col suo ondivago incedere e ci riporta nel lato buio e faticoso della nostra vita (“Lonely nights my lonely nights, I live in them in my blue light“), dove sembra essere al solito il pensiero di una persona amata l’unica via d’uscita (“When you walk these lonely streets If i’m not there think of me“). “Heaven Please” è probabilmente il diamante grezzo dell’intera opera, un brano sofferto e sofferente, disperato e non arreso, una voce che cerca redenzione, cerca conforto, il peccatore alle porte del paradiso. “Five Seconds to Hold You” è un dolce, delicato, mirabile duetto tra Sara e Dustin, un’ulteriore testimonianza di classe ed eleganza, “Blood Red Orange” è la degna chiusura di un disco fondamentale.

Dopo un’esperienza così totalizzante, gratificante e a suo modo impegnativa viene quasi automatico prendersi una pausa, staccare, ripartire. Così nei due anni seguenti Dustin prima, seguito saltuariamente da Sara e dal resto della band, si trasferisce in centro Italia, località Sant’Andrea. Da questo ameno borgo prende vita “The Stars At Saint Andrea”, che uscirà due anni più tardi. Il disco abbandona in parte le atmosfere respirate nel predecessore, in favore di un pop leggermente più accessibile, quantunque sempre di gran classe. Anche dopo numerosi ascolti “The Stars At Saint Andrea” è un disco che non tradisce punti deboli, ed è proprio questo a costituirne la forza e al contempo il limite. Qualche spruzzata qui e lì di elettronica, come in “Red Morning”, la grazia del duetto di “In Your Dream”, “My True Love”, splendida, sembrerebbe un out-take di “My Beautiful Sinking Ship”. “Connected By A String”, sorretta a stento dalla flebile effettata voce del Lov e da un tessuto minimale di quello che pare essere un Glockenspiel (o qualcosa appartenente alla famiglia degli idiofoni insomma) ci riconduce nei dolorosi ricordi d’infanzia “Two sisters apart Connected by a string Never mind the bombs in Tel Aviv Never mind me chasing empty dreams”, e con la dolce ninna nanna di “Stretch Out Your Arms” si torna a volare altissimi, per planare dolcemente con la strumentale e conclusiva “Ending”.

È tempo di giungere al termine di questo viaggio. Siamo nel 2006 ed in primavera, nuovamente per la Bella Union Records, esce “Push The Heart”. E ci accoglie un disco che alza (e di molto) il livello rispetto al precedente. La produzione è più curata e calda, e al suo interno ci troviamo la delicatezza e la grazia di un brano come “City Lights“, canzoni senza punti deboli come “Distant Radio“, sublime, o “Song For A Sleeping Girl” il cui attacco non chiedetemi perchè mi fa venire in mente ogni volta “The Crystal Lake” dei Grandaddy, per giungere a “If You Cannot See“, l’ultimo, intenso duetto, mirabile nella sua perfezione formale.

Resta questa l’ultima apparizione ufficiale a nome Devics. Sono passati 12 anni. Cosa resta del loro lascito? Oltre ai dischi, agli EP, alle colonne sonore di Dustin e ai lavori solisti di Sara (Seasoned Eyes were Beaming, del 2009, è un discone. Procuratevelo.), resta quello che ritengo sia il loro più grande pregio: aver creato musica per la maggior parte accessibile, per tutti, utilizzando un linguaggio molto più forbito e alto di quanto capiti normalmente di sentire, più cristallino, senza cadere nell’eccesso, senza creare distanza tra musicista ed ascoltatore. Anzi. Sono saliti in cima alle montagne, hanno riempito le loro otri dell’acqua più pura e una volta scesi a valle ne hanno distribuito a tutti, anche a chi nemmeno una volta aveva tentato un’ascesa.

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