36 (King Crimson @ London Palladium)

King Crimson - live in Vienna

 

S’avvicinava il mio genetliaco.

 

Mi capita con una certa regolarità.

Sono diventati 36.

Il 36, che ai più sembrerà un numero anonimo, nella realtà dei fatti non lo è.

Innanzitutto è un numero potente, ovvero è il prodotto di un quadrato per un cubo.

Poi è un numero pratico. Che in soldoni dice che tutti gli interi che lo precedono, il 36 nel nostro caso, possono essere scritti anche come somma dei rispettivi divisori. O almeno è quello che ho capito.

Se vi chiedete se per caso sia anche un numero altamente composto, la risposta è sì.

Inoltre, per non farci mancare nulla, è anche un numero di Ulam. Ed un numero di Harshad nel sistema numerico decimale.

Per fortuna, nel mio caso, (o purtroppo, se siete quelli terrorizzati dal passare del tempo e dall’invecchiare), è anche l’anno che ti permette di scollinare gli -enta e vedere in lontananza, qualche chilometro più in là, gli -anta.

Dunque mesi fa ragionavo su quale sarebbe potuta essere una degna celebrazione di un evento di tale portata, e più ci pensavo più non trovavo alternativa all’andare a vedere un concerto all’estero, anche da solo perché no.

Tempo massimo prefissatomi per la gitarella fuori porta ore 24. Meglio con rientro a casa precedente al risveglio delle creature.

E così è stato.

Al termine di una serie di ricerche incrociate ryanairbandsintowngooglecalendarcondivisoconlasignora, opto per Londra, 3 novembre, King Crimson.

Londra perché Stansted è aperto di notte e mi permette di non dover cercare alloggio volendo prendere il primo volo del mattino al ritorno.

Londra perché il concerto sarebbe stato al London Palladium, un teatro meraviglioso nel centro di Soho. Ed io ormai non guardo più concerti in piedi con un’affluenza superiore alle 500 unità. Chiamasi comf rock (dove comf sta per confortable e rock al momento mi sfugge).

King Crimson perché non li ho mai visti, intanto.

King Crimson perché sto tour, chiamato “Uncertain Times“, prevede una formazione a otto elementi con tre batterie. Esatto.

King Crimson perché ancora mi turba i sogni il non averli visti a luglio alla “Fenice” a Venezia e continuare a leggere e sentire gente parlarne con toni oltre l’entusiastico.

King Crimson per Tony Levin, uno dei miei miti di sempre.

King Crimson perché sono stati un gruppo che ho discretamente ascoltato nella mia vita (cioè sono andato oltre a “Schizoid ” e “Starless” ecco), e la figura di Fripp è indubbiamente affascinante, nella sua complessità.

Ad ogni modo arrivo al fatidico sabato preso da mille impegni e incombenze che a stento mi ricordo di fare il check in.

Con i miei tre esseri umani preferiti ancora a letto metto un paio di cose nello zaino e raggiungo il Canova. L’aeroporto, non il liceo.

Saltando a piè pari i vari trasferimenti verso “The Big Smoke“, scendo a Liverpool Street e solo, impaurito e smarrito (scherzo mamma!) mi accoglie una Londra impronosticabilmente soleggiata ed eccessivamente ventosa.

Opto per una rapida visitina di rito alla Rough Trade, dove casualmente si stanno esibendo tali Eliza and the Bear, che sono troppo allegri per le mie corde, e il cantante ha la voce simile a quella di George Michael.

Giro un po’ di negozietti nella Brick Lane, mi autoimpongo di non comprare nemmeno un vinile per non avere una borsa in mano per tutta la giornata, torno verso Liverpool Street, metro e decido di andare al British Museum. Primo per poter dire di aver visto la stele di Rosetta (che non è vero e che in realtà ho intravisto passando, ma c’era troppa calca) e secondo per sedermi un po’ in pace da qualche parte che ormai ero in giro da 10 ore e non ero nemmeno a metà del viaggio. Menzione speciale per lo store del British Museum, davvero. Un luogo di perdizione. In mezzo a diverse “ciavarie”, come dicono nella terra d’Albione, c’erano diversi giochi e oggettini a dir poco geniali.

Il sole è tramontato da un pezzo quando lascio il museo e mi incammino verso Piccadilly Circus, dove non manco di fare una puntatina alla Waterstones, una piccola libreria di 6 piani, mi pare di ricordare, tre ascensori, un bar e un ristorante. Ecco, per me è no. Mi risulta inoltre totalmente incomprensibile il concetto di guidare un’automobile a Piccadilly Circus alle 19 di sabato sera, ma deve senz’altro essere un mio limite. 

Sempre in zona Piccadilly mi incontro con Domenico, amico d’infanzia col quale mi dirigo verso il Palladium che ormai il concerto sta per iniziare.

Inizio concerto ore 19.30. Sette e mezza p.m. Esatto, avete capito bene. Il teatro si va via via riempiendo. Siamo in ultima fila e nonostante questo godiamo di una visuale pazzesca.

Già sapevo della richiesta, imposizione quasi, della band di non voler alcun tipo di foto e video e due cartelli sul palco lo ricordano. Ad inizio spettacolo una voce registrata annuncia inoltre che lo show sarebbe stato composto da due parti di circa un’ora e mezza inframezzate da una pausa di venti minuti. Le foto sarebbero state permesse solamente quando Tony Levin (che è il bassista se non avevate googlato prima) avrebbe estratto la sua semiautomatica per scattare una foto alla platea.

Si abbassano le luci di sala, si accendono quelle sul palco, che anche senza musici è d’assoluto impatto con le tre batterie schierate davanti (da destra a sinistra Gavin Harrison, Jeremy Stacey – che si adopera con disinvoltura tra le pelli e il piano -, Pat Mastelotto).

Dietro, in posizione rialzata, da sinistra Mel Collins al sax e ottoni e fiati vari, Tony Levin che alterna basso, contrabbasso e Chapman Stick (che è uno strumento, non un soprannome buffo), Bill Rieflin alle tastiere, Jakko Jakszyk alla chitarra e voce ed in angolo, seduto sul suo sgabello, l’uomo da Wimborne Minster, nel Dorset, Robert Fripp.

In eleganti abiti da cerimonia, tutti di bianco e nero bardati, gli otto ordinatamente raggiungono la propria postazione e subito le tre batterie prendono la scena con un’introduzione solo percussioni di mirabile resa, a far intendere ai convenuti cosa sarebbe stato da lì a poco. La band entra in scena ufficialmente con l’apertura affidata a Larks’ Tongues in Aspic (Part One), e sarete liberi di non crederci, dopo alcuni minuti, verso metà brano, completamente travolto da cotanta bellezza, mi ritrovo con gli occhi lucidi. Poteri della musica.

Il set alterna con una certa regolarità brani più compassati, lenti, quelle che volgarmente ora definirebbero ballate, a interi minuti in apnea, a tentar di tenere il passo delle batterie, delle chitarre, a evitare di essere tramortiti da certe sferzate di sax belle da togliere il fiato. Ma tanto già eri in apnea. Levin suona un numero spropositato di note su quel dannato Chapman Stick, un paio di volte mi stringo la testa tra le mani perché ciò che sto vedendo è troppo per un cervello normale, penso, “chiudete sto brano, vi prego!” arrivo ad elaborare, all’ennesimo bombardamento (a salve) di rullate e tempi dispari. Un continuo saliscendi, una cascata ininterrotta di scale, accelerate, bruschi stop, riprese di una bellezza commovente che richiedono allo spettatore un ascolto ed un’attenzione non comuni. Altro che easy listening!

Alla fine saranno oltre tre ore di viaggio nell’iperuranio durante le quali la terra sarà un puntino lontano e insignificante. Tre ore nelle quali i momenti da sottolineare si sovrappongono incessantemente, e sì, hanno chiuso il live con “Starless“. E “21st Century Schizoid Man” come encore.

E in tutto questo Fripp? Mr Robert Fripp? Tutto sto profluvio di pensieri e nemmeno una menzione su quello che, a conti fatti, è l’unico membro della band originaria, l’unico che c’era già quando 49 anni fa il mondo accoglieva “In the Court of the Crimson King“? La mente, il cervello, il padre padrone della creatura King Crimson, colui che ne detta tempi, che scrive e impone la composizione dei brani, line up, nuovi ingressi, allontanamenti, insomma questa figura tanto controversa quanto geniale se ne sta in angolo, seduta su di uno sgabello, non canta, non fa quasi mai le parti della lead guitar, lascia la conduzione della band a Gavin Harrison, a tratti smette proprio di suonare e ascolta e guarda compiaciuto, quasi distaccato, il miracolo che sta accadendo a pochi metri da lui.

Su un crescendo mirabolante in coda a “Schizoid“, interrotto quasi “ex abrupto” all’unisono dagli otto individui, oramai ai miei occhi assurti al rango di creature mitologiche ed aver assunto sembianze semidivine, si chiude il sipario su quest’esperienza musicale che definirei, sapendo di mancare il bersaglio, pantagruelica. Abbondante senza mai risultare indigesta, virtuosa senza mai diventare manieristica, impegnativa, totalizzante.

Mi alzo, saluto i due simpatici sessantenni che avevo accanto (uno dei due, il più espansivo, se n’era uscito con un “shame on you!” quando gli avevo detto che abitavo vicino a Venezia e non li avevo visti alla Fenice, per poi ritrattare con un “oh really? High five for you!” dopo che gli avevo spiegato che avevo preso la mattina l’aereo per essere lì e che sarei andato in aeroporto diretto per tornare a casa) e il pensiero che mancano 7 ore circa, e per dirla alla Emidio Clementi, che ero affacciato su troppa notte, mi riporta repentinamente alla realtà.

Il tempo di un gin tonic in un pub lì in zona, una puntatina da “Five Guys” e l’amara sorpresa che il primo bus in direzione Stansted è già esaurito. Ergo tocca aspettare fino alle 2 in stazione. 2.15 per l’esattezza. Vabbè, come sopra saltiamo il transfer, sta di fatto che arrivo in aeroporto verso le 4, vado diretto al gate e complice la mia inabilità a dormire seduto mi esibisco nel periplo del terminal per svariate volte, passando in rassegna tutti i negozi e comprando un pessimo berretto invernale con la scritta “London” per la mia signora.

Il volo di ritorno mi consegna una simpatica coppia diretta a Venezia per il compleanno di lui. Lei invece chiacchierando scopre che non saremmo atterrati al Marco Polo, come erroneamente credeva. Poi per non farsi mancare nulla mi svuota mezza tazza di caffè bollente sui pantaloni, che correndo sul sedile mi sporca sia davanti che dietro. Lei dispiaciuta oltre misura, io parimenti stanco, li saluto dopo aver spiegato loro come arrivare a Venezia, raggiungo l’auto con i pantaloni sporchi di chiazze marroni equivocabili in zone inequivocabili.

Arrivo a casa che sono tutti svegli (da poco). La stanchezza di qualche ora prima mi lascia tregua, anche se so già che tornerà. Mi faccio una doccia al volo ed esco in passeggiata col pupetto, senza passare per il via.

Anche a Paese c’è il sole, ed è decisamente meno ventosa di Londra.

36 è il numero dei tasti neri del pianoforte. Io non lo so suonare ma è l’ennesima dimostrazione che la musica c’entra. Sempre.

 

Knowledge is a deadly friend

If no one sets the rules

The fate of all mankind I see

Is in the hands of fools

 

  

 

 *in copertina l’album “Live in Vienna” dei King Crimson.

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