Giorgio Canali – Undici canzoni di merda

Giorgio Canali

Sono passati sette (lunghissimi) anni dall’uscita dell’ultimo album di inediti, e proprio da  Rojo riparte Canali per il nuovo album. Il titolo del suo nuovo, attesissimo, lavoro Undici canzoni di merda con la pioggia dentro è un autocitazione tratta dall’ultima traccia di Rojo, “Orfani dei cieli” (“come se avessimo bisogno di un’altra canzone di merda con la pioggia dentro”) , come a voler dire: siamo tornati e abbiamo tutta l’intenzione di riprendere il discorso da dove lo abbiamo interrotto qualche anno fa.

Giorgio Canali è un pezzo di storia del rock alternativo in Italia, una di quelle persone con le quali vorrei essere a cena a rompergli le palle tutta la sera con domande sulla sua vita, la sua carriera e su tutti i musicisti che ha conosciuto in questi anni. Vorrei provocarlo sulla politica e i politici odierni, sul suo rapporto con la religione. Insomma, farlo incazzare per vedere da vicino e toccare con mano il vero Giorgio Canali, quello incazzato con tutto e con tutti e che non ha problemi a dire quello che pensa e crede.

Inizia la sua carriera, praticamente, come tecnico del suono per i Litfiba e partecipa con loro alla tournée in Unione Sovietica dove conosce i CCCP che accompagnavano Piero Pelù e soci.

Entra a far parte dei CCCP come chitarrista e l’anno successivo contribuisce all’ultimo album della band, ma l’amicizia nata con Giovanni Lindo Ferretti che, nonostante il cambio di ideologie politiche e l’avvicinamento alla fede cristiana di quest’ultimo, ancora sopravvive, lo porterà ad unirsi anche ai progetti CSI e PGR.

Dopo lo scioglimento dei CCCP vive per molti anni in Francia e collabora ai tour dei Noir désir (avete presente “Le vent nous portera”??…ecco…negli anni 90 erano completamente diversi).

Inizia la sua carriera accompagnato dai Rossofuoco nel 2002 con l’album omonimo Rossofuoco e nel frattempo intraprende la carriera di produttore contribuendo, tra gli altri, a “Verdena” album d’esordio della band bergamasca e di “Canzoni da spiaggia deturpata” di Le luci della centrale elettrica (Vasco Brondi tra l’altro ha recentemente dichiarato la fine del progetto Le Luci della centrale elettrica, progetto amato agli inizi e odiato alla fine dal sottoscritto).

Chi conosce e segue la carriera solista di Giorgio Canali sicuramente si sarà innamorato della sua lirica, della sua voce roca, della sua chitarra sempre graffiante, della sua capacità di trasmettere rabbia e incazzature, ma anche delle poesie che è in grado di sputare la sua penna.

Giorgio Canali è un arzillo punk sessantenne che sul palco urla, impreca (ed è un eufemismo) e tira testate al microfono come non ci fosse un domani, come non ci fosse per lui nessun altro modo di esprimersi. Ha bisogno di stare sul palco, ha bisogno di far sentire quello che ha da dire che non è mai scontato e banale, ha bisogno di credere che sotto il palco davanti a lui ci siano uomini e donne in grado di fare qualcosa di buono per il futuro di questo Paese e non“un invasione di cicale che ripetono a memoria ogni cagata più banale” come dice in “Emilia parallela”, un chiaro riferimento all’Emilia paranoica dei CCCP.

L’album si apre con “Radioattività”, una marcia militare con cassa e rullante incessanti e grida di chitarre che tratta il degrado della società moderna, la superficialità e il menefreghismo ormai tragicamente diffuso (“Una voce che dice: comodo che altri si battano per te”) e la piaga di una xenofobia e un rifiuto all’accoglienza in ascesa (“Cani bianchi ringhiano contro cani neri, abbaiano rabbiosi: “andate via di qua!”).

Argomenti questi trattati, con la consueta ironia dark, anche in “Undici” (“Idioti che hanno paura dei microbi e non tirano mai lo sciacquone, che non si tocca dove toccano tutti però poi vanno a puttane”), pezzo in pieno stile Canali, linguaggio diretto che ti arriva dritto in faccia condito con qualche parolaccia qua e là solamente per rafforzare il concetto.

Ma è probabilmente “Piove, finalmente piove”  il pezzo che liricamente, in questo album, rappresenta più lo stile di Giorgio Canali con un elenco infinito di cose, fatti e situazioni che avrebbero bisogno di essere lavati e ripuliti dalla pioggia, l’augurio di un nuovo diluvio universale che possa farci ripartire, nella speranza di correggere i nostri difetti e gli errori commessi. C’è spazio anche per una citazione dei suoi conterranei Lo Stato Sociale (“E’ persa ogni speranza di una vita in vacanza, turisti mai più”).

Il secondo pezzo “Messaggi a nessuno” e il quarto “Estaate” sono invece esempi di quanto Giorgio sia da sempre a suo agio anche con testi più poetici con frasi tipo “Perdersi dentro una nebbia di paglie che bruciano come te sotto la pelle” oppure “Precipitare leggero come la pioggia di marzo, sperando di caderti vicino” nel primo e “L’estate tornerà, sì lo so che tu odi l’estate. Vuoi le nuvole, la nebbia per nasconderci la rabbia e qualche verità” nella seconda con tanto di chitarra acustica e archi, una rarità nel suo repertorio.

Si passa dalle atmosfere western di “Aria fredda del nord” con l’amata armonica, quella accusata, a suo dire, di aver rovinato il controverso progetto “Lettera del compagno Lazlo al colonnello Valerio” (che vi invito a cercare), alla richiesta di colla di una marca ben precisa per riparare un cuore in mille pezzi in “Mandate bostik”; passando per il singolo che ha preceduto l’uscita del disco “Fuochi supplementari”, che faceva pensare ad un album che non avrebbe deluso le aspettative.

Così è stato, un album che per i fan del buon Giorgio stava diventando davvero un bisogno che credo sia stato soddisfatto.In attesa di vederlo e ascoltarlo sul palco, nel suo habitat naturale.

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