Love Pains – Keaton Henson

Keaton Henson

C’è un momento preciso. Minuto 3.38 di questo brano:

Senti il violoncello e la viola cullare il pianoforte, la voce che confessa di aver tradito un patto d’amore, “know that our love was real but I broke the deal and now…”.

E ora, dopo esserti sincerato che il volume delle casse o delle cuffie sia sufficientemente alto, ti lasci travolgere…

“…I’m out in the cold

È qui, in questo rapido volgere di attimi che le resistenze crollano, deflagrano gli archi, trasbordano, travolgono tutto, lente ed incessanti le note gravi del violoncello ad infilzare lo stomaco, le parole, “come hold me close, please don’t let me drown, you’re the one that I love the most“, un inesorabile magma composto di sensazioni.

Questo è l’esatto istante in cui ogni maledetta volta mi sento venir meno, mi sento sopraffare da tanta bellezza, da tanta sensibilità, da tanta purezza, in cui mi sento inerme, vulnerabile. La mia personalissima sindrome di Stendhal. Perchè in quei versi, in quegli accordi, c’è tutta la disperazione e la consapevolezza di ciò che poteva essere e non sarà, c’è l’uomo che fa i conti con le proprie mancanze, le proprie colpe, la propria natura, c’è il disperato bisogno di amare e di essere amato. La sublimazione del pathos.

Lui è Keaton Henson, ha trent’anni, è londinese, è molto barbuto, soffre di una qualche acuta forma di demofobia (motivo per cui non si esibisce quasi mai in pubblico) e da qualche anno credo sia una delle più belle cose capitate alla musica.

Keaton Henson è il cantore moderno dello struggimento amoroso. Egli racconta l’amore finito, il ricordo che fa male, racconta gli errori, i pentimenti, i rimorsi. E lo fa con un punto di vista non scontato e convenzionale, come l’argomento trattato potrebbe far pensare. In lui non si trova commiserazione, non si avverte compatimento. Spesso il suo sguardo verso l’afflizione è quasi asettico, freddo, tuttavia non distaccato e distante. In lui c’è la presa di coscienza di un presente difficile, di un passato che si ripresenta e fa soffrire, di un futuro difficilmente tinto dei colori della felicità. C’è una lucida analisi, di certo dolorosa, ma necessaria, e della quale sembra avidamente nutrirsi per alimentare il suo bisogno di parlarne, di scriverne, di cantarne.

Perchè Keaton Henson non parla di amori idealizzati, di ipotetiche storie finite male. No. Lui ha esperito sulla sua pelle quello che racconta. Le sue timidezze, le sue insicurezze, sono reali, sono ferite (in)visibili sul suo corpo. La distanza tra vita e arte, nel suo caso, è pari a zero.

Nel 2013 pubblica un disco, Birthdays, nel quale scrive una canzone, “10am Gare du Nord“, alla sua ex ragazza, Soko; una sorta di lettera a distanza, nel quale affronta il tema della storia finita: “And please do not hurt me, love, I am a fragile one“, “You can leave me if you wish, my love but I’m not going anywhere“, le dice.

Soko, musicista anch’ella, due anni dopo, a storia abbondantemente finita, decide di rispondergli, in una sorta di scambio epistolare, con “Keaton’s Song“, brano contenuto nel suo disco My Dreams Dictate My Reality. “You grew a beard to hide behind so I cannot read your mind“, “You build walls no one could climb and bury yourself in your victorian mind“.

Di questo parliamo.

Per Keaton Henson vale quanto scrive Vittorino Andreoli, uno dei grandi illuminati del nostro tempo: “Ho parlato del dolore per comprenderlo, per accettarlo, per condividerlo”, e continua “È sempre difficile trasformare in parole il dolore senza snaturarlo, senza tradire il suo senso”.

E lo ammette senza grandi giri di parole ad esempio in “Polyhymnia“, pezzo semplicemente struggente: “I need pain for my art“…

Ed infatti sia musicalmente che a livello di testi Keaton Henson è assolutamente coerente. Pochi orpelli, poca scena, pochi artifici, ma una chiara e precisa volontà di puntare al nocciolo, di scendere in profondità. Gli arrangiamenti sono spesso semplici, minimali, chitarra o piano principalmente, gli archi spesso, più raramente altro. Così come i testi. Poche metafore, poco spazio a discorsi astratti, idealizzati, generici. Una scrittura elementare ma mai banale e ripetitiva, essenziale ma al contempo estremamente evocativa e descrittiva.

C’è un altro brano che mi sconquassa, mi lacera, ogni volta che lo ascolto. È contenuto nel suo primo album, Dear…, uscito nel 2010, e si intitola “You Don’t Know How Lucky You Are“. È il brano inoltre con il quale sono entrato per la prima volta in contatto col mondo intimo di Keaton Henson.

Il video in sé è già qualcosa di assolutamente magnifico. Un occhio fisso, quasi invadente, sul volto di una donna, il cui sguardo, bagnato di lacrime, si dirige verso un punto che non ci è dato conoscere ma che possiamo solamente immaginare. La chitarra, leggermente sporca, fa da cornice alla flebile voce di Keaton, che interroga quella che presumiamo essere la sua ex ragazza con l’intento di riconquistarla, mostrandole come lui la conosca molto meglio di chiunque altro. E lo fa in maniera così candida che si prova quasi tenerezza, quando le dice “lo sa (l’altro) che ti tremano le labbra quando ti arrabbi?”, “lo sa che non deve parlare di tuo papà”, piuttosto che “si accorge quando sei triste?”, o nel ripetuto finale “per caso il suo amore ti fa girare la testa?”.

Probabilmente è proprio la candidezza la qualità che mi rende Keaton Henson così vicino, così puro. La sincerità e l’immediatezza. “Old Lovers In Dressing Rooms” è esemplificativa in tal senso. Ascoltandola riusciamo a vedere la scena descritta, lui e lei a casa di Keaton, lei che non si toglie il giubbotto perché non vuole fermarsi troppo (She leaves her coat on but she takes a seat), che gli chiede del suo disco, gli racconta che ora è felice ed ha una nuova casa, lo prende dolcemente in giro chiedendogli l’autografo (We tell stories and we sort of laugh, and then she jokes she wants my autograph), e quando se ne va, sorridendo, lui rimane solo, in silenzio.

Keaton Henson sta componendo, anzi sta dipingendo un universo romantico nel quale immergersi, nel quale perdersi e non necessariamente ritrovarsi, nel quale entrare per rimanere, per sostenerlo. Non possiamo non rivederci in certe situazioni, in certe scene, non possiamo non provare empatia verso questo raro e delicato cantautore.  In questo perverso gioco nel quale egli pare nutrirsi di fallimenti, separazioni, dolori, non ci chiede altro che non lasciarlo solo, ovvero non dimenticarlo:

After all I’m an artist and I’ve still got songs in me yet and I’m frightened, frightened to death you’ll forget. Don’t forget, don’t forget me. “*.

* “The Pugilist

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