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Si crea, d’un tratto, un’immagine, potrebbe darsi che sorga da una visione, da un intendimento, da
una raffigurazione che vorrebbe, suo malgrado, definire quel che scorgi, nella misura in cui è altro,
qualcosa di diverso da quel che potrebbe sembrare.
Cominci a delinearne i contorni e, affinché nulla sia perduto, tenti d’arrestare quel movimento dei
pensieri, tratteggiando, così come conviene, quel che hai veduto, quel che è già accaduto di essere,
riprendendo il tempo come se potessi riviverlo, consacrando l’antico al presente in maniera che,
questi, altro non attenda che di proiettarsi verso l’avvenire con la coscienza del passato.
L’immagine che hai veduto, adesso, assume forme levigate e, nella figurazione interiore, comincia a
gravitare mollemente in una dimensione prossima a un’oscura visione e in questa rivela le ansie e i
turbamenti della spiritualità e dell’anima, in un’oscillazione continua tra piacere e malinconia, in un
misto di speranza e timore, che è assieme desiderio e frustrazione della condizione umana.
In quel momento, schiuse le porte della percezione, t’accorgi che nulla è come credevi che fosse.
Le colonne di cemento sono divenute fusti nodosi e ricolmi di fronde, sulle quali s’annidano grappoli
di foglie imbrunite, spronate dall’incedere d’un soffio; ed è in quell’istante, proprio allora, che ti
viene da chiedere:
Qual è mai il colore del vento?

Neil Mongillo

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