Angela Croce

"Il volto perduto" di Angela Croce

L’illusione dell’arte nell’opera di Angela Croce

Esordio di questa rubrica dedicato all’opera della pittrice Angela Croce, nata a Picerno, ma vissuta a lungo lontana dalla lucania; ritornata, infine, dopo aver lavorato come grafico pubblicitario per una compagnia teatrale e aver eseguito un numero considerevole di esposizioni pittoriche a Salerno e Napoli, con una personale al Teatro Stabile nel “Maggio potentino del 2002”, intitolata “L’istante perduto”.

Il suo lavoro, che rileva nel tratteggio padronanza e sensibilità, colpisce l’osservatore attento per la costante, ossessiva ricerca, nelle sue opere, di quell’attimo che divide il finito della rappresentazione dall’infinito, e che tende a racchiudere nella varietà delle espressioni dell’anima, nei volti che si susseguono senza fine, nelle immagini che sembrano percorrere e oltrepassare i molteplici frammenti della coscienza e del tempo, solo per attestarsi su un piano superiore in cui il pensiero e l’istante che lo lega, all’emozione ritratta, divengono espressione collettiva.

È un assaporare quel flusso continuo d’emozioni, sempre nuovo, che presagisce ancora una volta il passato, nella misura in cui è origine e primo germoglio dell’avvenire, sempre teso a divincolarsi dai ceppi dell’oscurantismo, all’eterna ricerca di un barlume che abbia sapore d’eterno.

È una carrellata di sensazioni, di frasi dette e non dette, ma che si lasciano intendere, come attesta l’opera “Il volto perduto”, in cui sono chiari i riferimenti ad una volontà d’espressioni negata, ma che già recupera le sue possibilità nella storia.

L’intera opera dell’artista è un susseguirsi d’immagini che, a tratti, sembrano ergersi contro uno sfondo fiammeggiante, in cieli carichi di ‘fumi’ di visibile oscurità, come attratte e risucchiate nel vuoto, in quell’eterno anonimo ed informe, dietro il quale, schiuse le porte della percezione, emergono le icone del sogno e della vita.

Altre visioni, altre figure si smarriscono tra le pieghe della solitudine, in una forte sintesi di forme, luci e colori, che culminano, infine, in paesaggi percorsi da un velato senso di malinconia, come se la tensione interiore anticipasse, persino, la rappresentazione dell’immagine, o quanto meno ne condizionasse fortemente il contenuto.

L’impasto cromatico è ora denso e corposo, ora diluito e liquido, tale da conferire movimento all’intera struttura pittorica che, solo a momenti, con un’intensa carica vitale, sembra affine alle sperimentazioni dell’astrattismo informale.

D’altronde, qualora si volesse sintetizzare l’opera della pittrice, nulla sembra più appropriato di quanto da ella rilevato, ovvero: “La vita ritrae e imita l’illusione dell’arte, ma è proprio l’arte che la rileva in ogni singolo aspetto”.

“Il volto perduto” di Angela Croce

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